«Se c’è come voi dite, un Dio nell’infinito, guardatevi nel cuore, l’avete già tradito.»

Francesco Guccini, Cirano

Caro Trelkovski,

È successo di nuovo. E probabilmente accadrà ancora, se non domani un giorno, che comunque non sarà mai abbastanza lontano da permetterci di metabolizzare tutta la rabbia e lo sdegno che avevamo in corpo dalla volta precedente.

Stavolta a Vienna, pochi giorni prima a Nizza. L’Europa è piombata di nuovo nell’incubo del terrorismo islamico, che ha ricominciato a fare vittime innocenti proprio quando meno ce lo aspettavamo, quando ci sentivamo più tranquilli. Quando avevamo allentato la guardia, forse anche colpevolmente.

La voglia di reagire, di fare qualcosa, di attivarsi per non rimanere a guardare questa carneficina come spettatori impassibili, è tanta. C’è chi scende in strada, chi cede alla tentazione di versare altro sangue innocente, chi ancora prega. Io no, non voglio fare niente di questo. Io voglio capire, voglio trovare una spiegazione, se c’è, a tutto questo male. Se è vero, come diceva Hegel, che a tutto si può trovare una spiegazione. E per farlo voglio partire da una domanda, amico mio.

Tu credi in Dio? Me ne rendo conto, è una domanda alla quale è oggettivamente difficile rispondere. Ed è probabilmente un quesito al quale nemmeno si può dare una risposta univoca. Non ci sono credenti che nel corso della loro esistenza non abbiano mai messo in dubbio l’esistenza del dio nel quale credevano, sia esso Allah, Dio, Yahweh. Ma non ci sono neppure atei o agnostici che non si siano mai trovati in difficoltà con loro stessi nel rinnovare il loro voto di indifferenza nei confronti del trascendente.

Del resto, la domanda “tu credi in Dio?” è una domanda mal posta. A partire dall’ortografia. Scritta così, col sostantivo proprio, presuppone infatti l’esistenza di una entità unica e dai caratteri ben definiti. Un unico dio del quale diamo per scontato di sapere tante cose, abbastanza da poter dire che quelli sono i suoi connotati e che qualsiasi altra interpretazione è sbagliata. La verità è chiaramente ben altra. Tralasciando (per adesso) le varie interpretazioni religiose e quindi la Fede, la realtà dei fatti ci suggerisce che non esiste – e probabilmente non esisterà mai – una definizione univoca di Dio. Di fatti i connotati divini propri del Cristianesimo non lo sono dell’Islam e quelli islamici non lo sono dell’Ebraismo. E non c’è un modo per stabilire chi abbia torto o chi abbia ragione, quale sia la vera forma di Dio, dato per scontato che esista.

Decisamente più sensata sarebbe la domanda tu credi in un dio?“, col sostantivo comune, che lascia spazio ad infinite accezioni del termine. Anche quelle diverse dalle poche canonicamente accettate. Perché la natura evanescente di questa entità non impedisce ad uno o più uomini di averne la propria concezione, che non può che essere considerata valevole tanto quanto le altre proposte. Sia pure essa strampalata.

Lo sai Trelkovski, ti immagino intento a leggere questa lettera. Ti immagino col foglio in mano, seduto davanti al tuo camino, unico presidio contro il secco freddo siberiano, che stai chiedendoti se hanno un senso tutte queste elucubrazioni. Se c’è un motivo per il quale spendere tempo a leggere, a sforzarsi di capire ed a criticare le mie affermazioni non sia soltanto uno spreco.

Sono dubbi legittimi i tuoi, lo sai? Ma posso garantirti che quelle che ad una prima occhiata appaiono delle elucubrazioni senza scopo, gettando un occhio critico al passato ed al presente, diventano una questione di vita o di morte. Soprattutto di morte.

Perché prima di poter arrivare a scrivere questo, che i caratteri di Dio non sono e non saranno mai certi, che ogni interpretazione del divino è meritevole di rispetto tanto quanto l’altra, abbiamo dovuto aspettare secoli, decine di secoli. E abbiamo dovuto assistere ad empi sversamenti di sangue. Perché prima che i tempi fossero maturi per poter scrivere queste parole, e soprattutto che lo fossero perché fossero se non accettate almeno tollerate, c’è stato qualcuno il cui unico scopo era arrabattarsi nel tentativo di far credere a tutti che invece una definizione univoca di Dio si poteva dare. Che quella definizione era quella che lui proponeva e che qualsiasi altra interpretazione non era altro che un’interpretazione.

Ma era qualcosa di più della predicazione del verbo. L’obiettivo principale non era infatti quelli di smuovere gli animi. No, li si voleva sottomettere alla propria ideologia. E se alcuni non l’avessero voluto fare di propria sponte, abbracciando la nuova fede perché persuasi da essa, sarebbero stati costretti con le armi e con la forza a farlo. Poco importava che in cuor loro credessero davvero a quanto loro imposto, in fondo gli altri li si voleva sottomettere, che si convertissero davvero era ininfluente.

Capisci, caro Trelkovski, l’importanza della domanda “tu credi in Dio?” e dell’astruso ragionamento che poco fa ti ho proposto? Nel tentavo di dare una risposta definitiva, sbagliata ma definitiva, a quella domanda si sono combattute guerre, si sono commessi crimini atroci. E ricordare, ogni giorno ed ogni ora, qual è la vera risposta a questa domanda è importante per evitare che succeda ancora. O almeno, per provare ad evitarlo.

Chiaramente le Crociate ed i cavalieri templari bardati di tutto punto sono solo (e fortunatamente) un ricordo del passato, un capitolo che vorremmo poter dimenticare ma che dobbiamo tenere a mente per ravvivare in noi lo sdegno per quanto è successo. Ma che non si combatta più con spade e cannoni sulle mura di Gerusalemme, ciò non significa che le guerre di religione si siano esaurite.

Come ogni altra cosa, come le religioni stesse del resto, anche le guerre sante si sono evolute ed hanno assunto connotati chirurgici. Non più scontri corpo a corpo tra eserciti ma singoli uomini che con l’aiuto della scienza e della tecnologia sono in grado di fare da soli più danni di quelli che nel Milletrecento avrebbe fatto un plotone di cento uomini. E di farlo nella metà del tempo.

Oggi le guerre di religione, l’avrai capito, si combattono in altro modo. È cambiato lo scenario, non più Gerusalemme ma le grandi città europee ed americane; sono cambiate le modalità, non più espugnazioni ma attentati; sono cambiati gli attori, non più ricchi cavalieri bardati di tutto punto ma uomini semplici, pover’uomini.

Rimane però lo stesso il secondo livello, quell’universo popolato da uomini ombra che queste guerre le vogliono, le dirigono e le finanziano. Medesimi i loro interessi. Sottomettere e poi, se c’è modo, convertire; non convertire e se c’è modo sottomettere. Far sì che tutti rispondano alla domanda credi in Dio come dicono loro non per devozione in quello stesso Dio ma per devozione in altre divinità, come il denaro o il potere. Perché hanno capito, ma c’erano arrivati anche gli antichi nel ‘300che la religione è un potente instrumentum regni, un mezzo per affermare ed esercitare il proprio potere sulle masse. Perché imporre una religione è solo l’inizio di un cammino fatto di ulteriori imposizioni, col tempo sempre più invadenti e costose per il singolo, sino a portarlo all’annullamento.

Non cambiano le vittime di questa strategia meschina, che sono state, sono e continueranno ad essere insontes, innocenti. Come insons era Palinuro (1), timoniere di Enea, che nel libro V dell’Eneide muore non per colpe sue ma soltanto perché travolto da uno dei tanti ed oscuri vortici del destino. Innocenti vittime di qualcosa di più grande, come Palinuro anche le vittime degli attentati di Nizza, di Vienna, di New York. Palinuro degli dei, le altre degli uomini che dicono di agire per conto degli dei. Quelli sbagliati però.

Il vero credente è quello che in cuor suo crede ed onora il Dio che ha scelto di onorare, augurando ogni bene al prossimo e non interferendo nelle sue scelte. 

Sai Trelkovski, alla fine dei conti io credo che ogni interpretazione di Dio sia come la medesima parola detta in una lingua differente. All’apparenza ci sembra di star parlando di cose diverse, che gli altri non ci capiscano. Solo quando l’oggetto ci viene portato, ci accorgiamo di aver perso tanto tempo a discutere del niente, perché tutti volevamo la stessa cosa. Allo stesso modo, chi ci crede, deve capire che quando smetteremo di essere in questo mondo, quell’oggetto ci verrà portato, Dio ci si paleserà e capiremo che, ebraici o cristiani che fossimo, stavamo solo dando nomi diversi alla stessa entità.

Leggi “Briciole”, la puntata precedente de “L’Epistolario” 

  1. Palinuro era il timoniere di Enea. La dea Afrodite chiederà al dio del mare di rendere il viaggio dell’eroe troiano sicuro e tranquillo. In cambio di questo, Nettuno chiede una vittima sacrificale. Viene scelto dal fato Palinuro, che verrà fatto addormentare improvvisamente sul ponte della nave dove stava viaggiando per poi essere travolto e trascinato in acqua dalle onde del mare in tempesta. Di lui non si saprà più nulla sino a quando Enea, sceso nell’Ade, non lo rincontrerà, confermando il tragico epilogo della sua esistenza.

 

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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