Non ce n’è cultura!

Se dovessimo rappresentare con una funzione matematica l’andamento del paradigma culturale italiano di questi ultimi anni, la curva in questione non potrebbe che essere strettamente decrescente. In altre parole potremmo definirla una “caduta libera nel baratro”, con una perifrasi sicuramente meno accurata dal punto di vista scientifico ma senza dubbio in grado di enfatizzare al meglio il concetto.

Sì, perché sono ormai lontani i bei tempi del cantautorato, del cinema d’autore impegnato o degli intellettuali da café; oggi le hit parade, i box office ed i trend topic dei social (eredi di quelle che erano le copertine delle riviste più o meno patinate) sono invasi da “fenomeni” indubbiamente differenti da quelli che li popolavano anche solo 30 anni fa.

A Lucio Dalla o Fabrizio De André abbiamo sostituito discutibili cover di successi del passato o ritrite canzoni latineggianti dell’estate; al cinema colto di Luchino Visconti o di Fellini (ma anche ai più leggeri Verdone o Troisi) sono subentrati filmetti sentimentali dalle trame adolescenziali; le colte discussioni politiche tra giganti come Berlinguer o Craxi sono state sfrattate da giornali e teleschermi in favore di contenitori generalisti che ingozzano il pubblico con aberranti approfondimenti su personaggi che hanno fondato sull’ignoranza e sulla stravaganza il proprio successo.

E’ vero, qualcuno si salva. Sarebbe sbagliato fare il proverbiale di tutt’erba un fascio ma ormai il talento sembra davvero diventato una condizione genetica rara, che colpisce soltanto una persona ogni milione. Se infatti capaci in qualcosa si nasce, e difficilmente si diventa, le istantanee della società odierna di cui disponiamo non possono che indurci a pensare che deve essere successo qualcosa al genoma umano. Che deve essere cambiato qualcosa nel nostro DNA, perché di uomini col dono (uno qualsiasi, sia quello di padroneggiare uno strumento o di tenere in pugno un’intera arena con la propria voce) ne nascono sempre di meno.

Una spiegazione la potremmo cercare nella teoria evolutiva di Darwin, secondo la quale l’evoluzione di una specie segue un cammino dettato da esigenze di adattamento alle circostanze, per le quali sopravvivono solo quelli che sanno rispondere al meglio alle sfide imposte dall’ambiente che li circonda. Dobbiamo allora constatare, con amara razionalità, come i gusti in fatto di intrattenimento delle masse siano cambiati e peggiorati nel corso degli ultimi anni, creando una situazione per la quale riescono ad andare avanti (a sopravvivere direbbe il biologo inglese) soltanto quelli che sono stati in grado di adattarsi, offrendo un tipo di spettacolo che si confà a quegli stessi gusti. Tutti gli altri invece sono stati condannati all’oblio. E come un erbivoro in situazioni di carestia si trasforma per fame in onnivoro, così gli artisti sono stati costretti a reinventarsi, mettendo da parte il talento per enfatizzare le apparenze.

Il che non poteva che avere come conseguenza la nascita di nuove generazioni di artisti simili ai loro ideali progenitori, quelli sopravvissuti perché salvati dalle loro capacità di adattamento. Di contro, i dissimili, gli artisti non d’aspetto ma di fatto, hanno fatto molta fatica a tirare avanti e da maggioranza sono diventati una esigua parte. Svantaggiata oltretutto, perché impossibilitati ad emergere dati i diversi paradigmi della cultura che non li mettono in condizione di ottenere un pubblico vasto ed interessato. Proprio come la giraffa col collo corto, quando ormai l’evoluzione ha favorito quelle che l’avevano lungo, si è ritrovata senza cibo e condannata a morire di fame.

In questa sede non si vuole però discutere sulla mercificazione della cultura, costretta a svendersi per piacere ad un pubblico più povero di ideali. No, di questo si è già parlato in un altro articolo che potete raggiungere cliccando qui.

Piuttosto si vuole rispondere ad una domanda: cos’è cambiato? Anche le epoche passate hanno avuto i loro “fenomeni discutibili”, anche loro hanno ospitato una para-cultura di basso e becero livello che è riuscita comunque ad ottenere un successo. Ma, in ogni caso, un successo mai abbastanza grande da coprire quello della vera cultura, quella fatta di sostanza e non di apparenza.

Allora cosa è successo? Perché non è rimasto tutto come prima? E’ semplice: siamo cambiati noi. E’ cambiata la nostra testa e con essa i nostri interessi, che si riflettono poi sui paradigmi culturali. L’avvento di nuove tecnologie, come possono essere gli smartphone o i primi social network, hanno contribuito a rendere di molto differente il nostro rapporto con l’intrattenimento. E lo stesso vale per la tv, quando ancora non esisteva altro che la radio, o la radio quando ancora non c’erano che i libri. Il meccanismo è sempre il medesimo: il modo di usufruire dell’intrattenimento (che corrisponde molto spesso alla cultura) cambia e diventa più semplice, richiedendo meno impegno.

Guardare un film richiede meno sforzo intellettivo della lettura del libro da cui – magari – quel film è tratto. Per pigrizia si sceglie spesso di guardare il film allora. Oppure scorrere la home di Instagram richiede meno tempo e meno sforzo di andare a guardare uno spettacolo teatrale o un varietà in tv. Richiede anche meno attenzione, perché i contenuti pensati per i social network sono veloci, se ne fruiscono tanti in un breve lasso di tempo e con uno sforzo minimo, che si riduce alle energie necessarie a scrollare la pagina.

Il cervello si assuefà, ama le soluzioni facili e se capisce che c’è un modo economico (in termini di tempo e sforzo) per occupare il tempo si compiace e considera i vecchi metodi (più macchinosi) obsoleti e svantaggiosi, spingendoci ad evitarli. Non è tutto oro quel che luccica però: come un muscolo per troppo tempo a riposo, anche il cervello si atrofizza. Col tempo sopporta sempre meno gli sforzi e se prima non si intratteneva leggendo un libro o guardando un film volontariamente, ora è costretto a farlo perché incapace di subire senza provare dolore la fatica necessaria a godere di quelle forme di intrattenimento.

Cambia il mezzo e cambia anche il contenuto. Un film è meno complesso di un libro, una storia di Instagram è meno complessa a sua volta di un film. Con la conseguenza che si può riempire con poco. Non serve tutto il talento necessario a scrivere un libro o a girare un film, bastano poche stupidaggini e si offre al pubblico un contenuto all’apparenza sostanzioso. Ecco che nascono fenomeni come Angela da Mondello o contenitori-spazzatura come il Grande Fratello VIP. Banali sì, ma non per questo privi di pubblico. Alla gente piacciono, piacciono molto. Vengono seguiti da milioni di persone. Tutti soddisfatti di ciò che vedono, inconsapevoli di come i loro standard culturali si stiano abbassando. E di come siano condannati ad abbassarsi sempre di più, seguendo la stessa logica. Il cervello si accontenta ed ancora una volta si assuefà. 

Il tutto inserito in un tragicomico loop che se non fermato in tempo sarà la rovina di un sistema culturale nato migliaia di anni fa ed ucciso in pochi secoli da una specie che alla conoscenza ha preferito la pigrizia. 

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