Care #datecivoce

credete che questa sia la soluzione giusta? Credete che per importare nel nostro vecchio Paese la cultura della parità di genere basti imporre? Imporre che ad ogni dirigente di sesso maschile ne sia affiancato uno di sesso femminile, imporre che in una assemblea vi sia sempre e comunque una percentuale di donne fissa in rapporto ai posti totali?

Certo, questa è una domanda retorica: l’ho letto il vostro post su Twitter nel quale chiedete al premier Conte di affiancare al commissario Arcuri una commissaria e immagino quale risposta potrei ricevere. Adesso però voglio darvi la mia.

Che in Italia, nel nostro “benedetto e assurdo Bel Paese(tanto per citare Guccini), il gender gap rappresenti un problema, questo è assodato. Anche più che in altri paesi europei, dove il cammino verso il suo annullamento è ad uno stadio nettamente più avanzato. E chiedersi “perché?” è assolutamente lecito.

Senza dubbio una delle principali ragioni del nostro ritardo è da cercarsi nell’altrettanto ritardataria partenza del processo di emancipazione. Le donne, infatti, in Italia hanno ottenuto il diritto di voto soltanto nel 1946, quando in altre nazioni già potevano recarsi al seggio da poco meno di quarant’anni. Non solo. Leggi barbare e liberticide, come quella che vietava l’aborto o il divorzio, sono state cancellate dall’ordinamento nei primi Anni ’70, appena 50 anni fa. Poco dopo della legge che dava un qualche tipo di valore al cosiddetto matrimonio riparatore, che permetteva all’uomo accusato di stupro di evitare il processo nel caso avesse portato all’altare la donna da lui violentata. Norme da Medioevo, è vero, ma che anche solo i nostri nonni consideravano la normalità.

Ma non è questo l’unico motivo. Più volte mi sono sentito dire che “l’Italia è un paese maschilista, dove la superiorità dell’uomo è cosa ormai radicata nella cultura“. Ne consegue che, sempre secondo questo ragionamento, “l’unico modo per ristabilire un ordine e garantire il rispetto di diritti fondamentali della donna è l’imposizione“.

Lasciate che vi dica una cosa: oltre che non produrre alcun risultato, un simile ordine mentale rischia di far danno. Chi ha avuto a che fare con un bambino lo capirà subito: il modo migliore per far sì che un pargolo faccia l’opposto ci ciò che gli si chiede è imporgli qualcosa. E la situazione non cambia o migliora certo con la crescita: per natura l’uomo è portato a veder male gli obblighi e le imposizioni e trova sempre il modo di eluderli, spesso per fare l’esatto opposto. Chiamatelo capriccio, chiamatela ripicca, l’esito non cambia: l’impositore rimane con un pugno di mosche in mano.

Parlate con un terapeuta: vi dirà che l’approccio migliore per correggere un comportamento sbagliato è assicurarsi che l’errante capisca in cosa e perché sta sbagliando. Il senno farà il resto. Difficilmente un assennato farà qualcosa che sa essere sbagliato.

Atteggiamento inconcludente sì, ma anche controproducente. Perché il rischio è che agli occhi degli uomini le donne appaiano come una debole minoranza da difendere, talmente in pericolo e talmente incapace di badare a sé che necessita della forza di uno Stato o di un gruppo di persone per far sentire la propria voce.

E questo vanificherebbe decenni di lotte e di sacrifici compiuti proprio per sottolineare l’indipendenza e la forza del genere femminile.

Allora cosa fare? Se il problema c’è, una soluzione bisogna trovarla. Ed acclarato che non è questa, che non può essere l’imposizione, allora quale deve essere? L’istruzione. Accompagnata da ancora un po’ di pazienza.

Come si diceva prima, il miglior modo per correggere una cattiva abitudine è far capire a chi la mette in pratica dove e perché sta sbagliando. Allo stesso modo allora, è necessario che gli uomini comprendano l’importanza della parità di genere. E che lo facciano sin da bambini, quando la loro mente si sta ancora plasmando. Attraverso la scuola, attraverso i canali d’intrattenimento, attraverso i giochi che fanno.

Perché non ci sia bisogno di obbligarli ad includere le donne e siano loro stessi a farlo, non in quanto donne ma per le loro capacità. Non è un’utopia.

Ci vorrà solo pazienza. La pazienza di aspettare che la ruling class sia composta dalle nuove generazioni, quelle che ad includere le donne non hanno mai imparato dato che per loro è sempre stato normale farlo. È solo questione di una manciata di anni.

Quello che possiamo fare ora, nell’immediato, è cambiare quelle poche ma fondamentali leggi che ancora alimentano il gap. Leggi sulla maternità, norme chiare sulla retribuzione, che dipenda dalle capacità e non dal secondo cromosoma sessuale. Non obblighi però, altrimenti ricadiamo sempre nello stesso discorso.

Tutto per arrivare ad una parità che, credetemi care #datecivoce, anche noi uomini attendiamo con ansia. Per troppo tempo una stupida convinzione ha infatti impedito che tanti talenti, in ogni campo della scienza o della cultura, uscissero allo scoperto. Tanti dottoresse, tante scienziate, pittrici, letterate divorate da un maschilismo che ha preferito loro uomini anche meno capaci, solo perché uomini. Tanti piccoli tasselli andati in fumo di un futuro che sarebbe potuto arrivare prima: chissà se tra quelle donne ignorate a causa di una “Y” in più non ci fosse anche colei che avrebbe potuto donarci la cura contro il cancro, la nuova “Divina Commedia”? Non lo sapremo mai, grande perdita per tutti, anche per noi uomini. 

Facciamo in modo che non accada più.

Leggi “Traditio Lampadis”, la puntata precedente de “L’Epistolario”.

 

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

Articoli consigliati