Dio è morto. E non sarà una messa a farlo risorgere.

Cari fedeli dell’ultima ora

Anche quest’anno è (quasi) arrivato Natale. Anche quest’anno che non sembra esserci proprio nulla da festeggiare; soprattutto quest’anno che sembra non esserci proprio nulla da festeggiare.

Senza dubbio si tratterà di un Natale diverso dagli altri. Un qualcosa che la mia generazione non ha mai avuto modo di vivere sulla propria pelle, esattamente come le due generazioni precedenti. Dobbiamo tornare indietro di 70 anni, infatti, per trovare qualcosa che possa vagamente assomigliare al Natale che ci apprestiamo a festeggiare.

Dobbiamo tornare indietro sino ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, più precisamente al biennio ’43-’45, quando gli italiani dovettero celebrare la nascita di Cristo sotto le bombe tedesche ed Alleate che si abbattevano sulle città. I più fortunati potevano farlo in una vecchia casa malconcia, mettendo in tavola quel poco cibo che con uno stipendio da fame si poteva comprare, ed erano felici; i meno fortunati invece il Natale erano costretti a passarlo vicino ciò che restava delle loro case distrutte dai bombardamenti. Ed erano ugualmente felici.

Perché il Natale arriva sempre, anche quando non sembra esserci nulla da festeggiare. E non si tratta di cultura, né tanto meno di fede giacché ormai il Natale ha guadagnato una doppia dimensione laica-religiosa. È la speranza che ci impone – in un certo senso – di festeggiare comunque. La speranza assieme alla disperazione, entrambe alla ricerca di un pur breve spazio di serenità che ci permetta di dimenticare, per qualche istante, la morte e la paura di cui siamo stati testimoni obbligati.

Ma questo sarà un Natale ancor più diverso: per molti infatti questo sarà un Natale in solitudine. Per tutti, un Natale all’insegna della distanza. Sì, perché noi non siamo in guerra contro i tedeschi ma contro un nemico invisibile che porta il nome di Covid-19 e che ormai da un anno ci ha privato di ogni cosa. Ivi compresa la socialità, solitamente alla base di ogni celebrazione ed ancor più del Natale.

Sarà un grande sacrificio per tutti: per i genitori che non potranno vedere i figli come per i nipoti che non potranno vedere i nonni. Per tutti gli imprenditori che da mesi sono costretti a tenere abbassata la serranda e per quelli che saranno costretti a farlo nelle prossime settimane, tra le più importanti in termini di incassi. Per quelli che, nonostante tutto, le loro attività potranno tenerle aperte ma vedranno un drastico calo di clientela dettato dalle norme anti-contagio.

Sarà un grande sacrificio per tutti, nessuno escluso. Ma sarà un sacrificio necessario, in alcun modo comparabile a quello di chi ha perso un affetto per colpa di questo virus. Sarà un sacrificio ma lo facciamo perché è giusto così, per rispettare chi non ce l’ha fatta e far sì che sempre meno persone debbano morire.

Non è forse questo, miei cari fedeli dell’ultima ora, che l’uomo la cui nascita ci apprestiamo a festeggiare diceva? Non ci diceva forse di amare il prossimo tuo? Di farlo indiscriminatamente, di farlo anche se comporta un sacrificio? Ve lo dico io: lo diceva.

E oggi, in questo particolare momento della nostra storia, amare il prossimo significa anche prestare attenzione. Significa anche rispettare delle regole dure ma necessarie ad evitare che altri soffrano per colpa nostra.

Ricordatevelo questo, ricordatevi delle parole del vostro Dioama il prossimo tuo. Ricordatevi di queste parole quando vi viene chiesto non di rimandare ma di anticipare una messa, sia essa la più importante dell’anno.

Ricordatevi di queste parole quando manifestate il vostro dissenso verso questa richiesta, quando vi preparate a violare delle regole che sapete essere pensate per tutelare voi ed il prossimo vostro. Quando lo fate invocando la religiosità invano. Non sarà certo una messa celebrata con due ore di anticipo (anticipo rispetto a cosa poi? La messa di Natale a mezzanotte è una convenzione; i testi sacri parlano genericamente di “messa della notte”) a farvi bruciare al fuoco dell’inferno, no?

Voi che avete il dono della fede dovreste saperlo meglio di me, un miscredente qualunque, che Gesù li condannava quelli come voi. Lui li chiamava farisei, uomini che di santo, di religioso, non avevano che i loro rituali. Gente che al posto del cuore aveva una pietra, che commetteva atti ignobili senza porsi alcun problema e credeva che per aspirare al paradiso bastasse andare a messa e dire le preghiere con le stesse parole tramandate da generazioni.

Le vostre farneticazioni sulle presunte tradizioni violate vi qualificano per quello che siete: fedeli dell’ultima ora. Persone che alla religione si avvicinano per convenienza nei momenti di maggiore importanza del calendario liturgico e che poi, per il resto del tempo, se ne fregano completamente della moralità delle proprie azioni. Alcuni lo fanno per ottenere voti e consensi, altri non certo più genuinamente per convincere prima se stessi e poi gli altri di essere buoni.

In ogni caso sbagliando, illudendosi che sia questo a distinguere un buon cristiano da un peccatore. Davvero pensate che quando sarà giunta la vostra ora, a salvarvi sarà una messa celebrata a mezzanotte invece che alle dieci? Davvero siete così abili da convincervi che il vostro Dio non guarderà a tutte le vostre azioni malvage? Che non guarderà alle vostre parole di odio contro le minoranze, ai vostri pensieri impronunciabili ed ai vostri comportamenti deprecabili?

Pensate che basti una messa a far risorgere in voi un Dio che è già morto e sepolto? Non basterà, posso garantirvelo. E se siete di un altro avviso, evidentemente siete fedeli dell’ultima ora. O farisei, se preferite. Guardate al dito e non alla Luna, vi preoccupate di una norma non scritta quando violate con costanza e perseveranza ognuno dei dieci comandamenti che il vostro Signore ha inciso col fuoco sulla roccia.

Voi non siete fedeli, voi non siete la Chiesa. I veri credenti che ci sono là fuori provano vergogna di voi, temono di venirvi affiancati. Loro sì che sanno che non è la puntualità o la ricorrenza con cui ci si presenta all’altare che rende pio un uomo: sono i gesti di tutti i giorni la discriminante. Al cielo ascenderà il volontario della Croce Rossa che non mette piede in una chiesa dai tempi della cresima, non certo il politico che sarebbe disposto a lasciar morire bambini per una scheda in più ma che frequenta tutte le funzioni. Cosa che non fa nemmeno, nonostante voglia far credere il contrario.

Ascoltate il mio consiglio allora: piuttosto che dedicare le vostre giornate ad apparire cristiani modello, perché non vi adoperate per esserlo? Piuttosto che indossare l’abito buono per fare la passerella in chiesa alla domenica, indossate una tuta qualunque e dedicate parte del vostro tempo libero ad aiutare gli altri. Fate volontariato, che sia in un canile o a bordo di qualche ambulanza, non importa. Preoccupatevi di essere cristiani, lasciate stare le apparenze. Un giorno di quelle non ve ne farete più nulla.

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Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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