“Ne usciremo migliori” | LA TRILOGIA DEL NATALE

Questo è il primo episodio della “Trilogia del Natale” dell’Epistolario. La seconda puntata sarà online a partire dal 21 dicembre 2020, ore 10.

Egregio Gesù,

ci ho pensato molto prima di sedermi alla scrivania per scrivere questa lettera. Del resto proprio io, che non ho mai fatto mistero del mio agnosticismo, sono l’ultima persona dalla quale potresti aspettarti di ricevere qualcosa. Tantomeno per Natale.

Eppure eccomi qui. Perché? Sono arrivato alla conclusione che, per quanto io possa oppormi ad essa, la tua Chiesa ha una diffusione a livello globale tale da renderti un vero e proprio simbolo. Simbolo di certi ideali e di determinati valori che milioni di persone (dovrebbero) condividono nel tuo nome. Ed io, ora, ho bisogno proprio di un simbolo.

Assieme al Natale e, poco dopo, alla notte di Santo Silvestro, arriverà ben presto il momento di archiviare anche questo 2020. Il che non significa dimenticare, facciamo attenzione. Come mi è più volte capitato di dire e di scrivere, dimenticare non è la chiave per smettere di soffrire. O meglio, non è la soluzione definitiva per farlo. Degli errori commessi nella propria vita, ognuno di noi deve infatti prendere costantemente nota e prodigarsi perché servano a non ripeterne di simili in futuro.

E noi, specie in questo anno che ci apprestiamo a salutare, di errori ne abbiamo commessi tanti. Senza dubbio si è trattato di un anno particolare, ma questo non deve portarci a pensare di essere privi di responsabilità per quanto è accaduto. Vero, col senno di poi è tutto molto più facile. Però se dagli errori commessi in una situazione di eccezionalità non impariamo qualcosa, ed anzi ne commettiamo successivamente di simili, allora non c’è sorpresa che tenga: la colpa sarà solo nostra e della nostra negligenza.

Di errori ne abbiamo commessi tanti, l’abbiamo appena detto. Molti di ordine pratico e tecnico, altri di natura prettamente “speculativa”. Sui primi non oso pronunciarmi; sui secondi intendo farlo.

Per ovvie ragioni temporali, tra tutti ho potuto scegliere soltanto tre dei nostri sbagli. Ho però fatto in modo di scegliere i più macroscopici. Il primo dei quali, che ho chiamato errore umano, voglio discutere con te, Gesù.

Ecco perché avevo bisogno di un simbolo: non c’è uomo che nei 366 giorni passati non si sia macchiato, chi in misura maggiore e chi in misura minore, di questa colpa. Come delle altre due, del resto. E per discuterne avevo bisogno di qualcuno che invece fosse totalmente innocente. Visto che sulla Terra non ho trovato nessuno, mi sono rivolto al cielo. Nello specifico, al simbolo di giustizia celeste più diffuso al mondo.

Ora ti chiederai che cosa intendo per errore umano. (sì, so che dando ascolto agli attributi che la religione ti assegna tu dovresti già saperlo ma ho bisogno anche di qualcuno che mi regga l’impianto retorico dell’articolo)

Senza dubbio, in questa sede, il significato dell’espressione è diverso da quello che normalmente le si attribuisce, ovvero di responsabilità umana nel determinarsi di un tragico incidente. Qui l’aggettivo umano ha un valore diverso da proprio del genere umano. Piuttosto – citando la Treccani – che ha i sentimenti proprî dell’uomo.

Pietà, generosità e clemenza: sono questi i più importanti sentimenti umani. E, nell’accezione che ci interessa oggi, sono tutti sinonimi di umano. E vengono riassunti efficacemente da umanità.

Ricordo molto bene, e immagino che lo ricorderai altrettanto bene tu, come con le prime settimane di emergenza sanitaria nel nostro Paese, quando ancora la crisi sembrava un fatto tutto italiano, le strade, i social e le televisioni si fossero riempite di ogni sorta di slogan melenso. Da “andrà tutto bene” (quando bene non è andato proprio niente alla fine) a “stiamo lontani oggi per abbracciarci domani” (questa l’ha detta un primo ministro, non un alunno delle elementari). Che li trovo incredibilmente melensi l’ho già detto?

Eppure, a tempo debito, erano la più alta manifestazione di resilienza (altro termine che ho imparato a detestare) del popolo italiano assieme agli applausi collettivi delle diciotto.

Ora, che di mesi ne sono passati 10 da quei giorni, sorridiamo (per non piangere) ripensando a tutto questo. E riderne, come anche vergognarsene, va più che bene. Dovremmo però anche rifletterci sopra, dopo esserci fatti una grassa risata in videochiamata con gli amici.

Di slogan ne abbiamo già citati due ma c’è n’è un altro sul quale vorrei soffermarmi: ne usciremo migliori. Mi pare inutile sottolineare come anche questo sia stato disatteso. Ecco, è questo il punto a cui volevo arrivare, il fulcro della lettera. Sta proprio qui l’errore umano, ciò su cui dobbiamo riflettere.

Di queste frasi un po’ sdolcinate e un po’ banali, inutile provare a nasconderlo, ci siamo riempiti tutti quanti la bocca a suo tempo. Abbiamo pensato che per davvero sarebbe andato tutto bene o che avremmo trovato un mondo diverso e migliore una volta finita la pandemia.

Probabilmente siamo stati influenzati dalla botta di adrenalina che l’impatto del virus sulle nostre vite ha provocato, o magari il nostro cervello ha tentato di mostrarci delle prospettive rosee per non deprimerci fin da subito con una realtà che immaginavamo ma alla quale non potevamo e volevamo credere. Fatto sta che siamo stati invasi da un surplus di positività che ci ha portato a vedere del bene anche in ciò che sarebbe stato niente più che male per noi.

Difficile dire se, in cuor nostro, fossimo davvero convinti di quello che dicevamo e pensavamo. Per davvero non eravamo riusciti a capire sin da subito che sarebbe andato tutto male? I prodromi c’erano.

Che la risposta alla domanda sia “sì” o “no”, il risultato non cambia. In pochi mesi degli slogan ci siamo bellamente dimenticati, tanto che ora ci ridiamo sopra. Anzi, invece che uscirne migliori abbiamo fatto in modo di uscirne peggiori, dando spazio alle peggiori versioni di noi stessi.

Così egoismo, cinismo, menefreghismo e empietà  hanno raggiunto una concentrazione nella società che precedentemente non avevano mai raggiunto. Invece che aiutarci abbiamo iniziato ad accusarci l’un l’altro, a vedere nel più debole una minaccia alla nostra libertà o negli irresponsabili un valido capro espiatorio per la nostra stessa irresponsabilità. Ci siamo, in altre parole, incattiviti.

I social ne sono la testimonianza più lampante: ormai i commenti di odio hanno preso il sopravvento su ogni altro contenuto. Le violenze di piazza sono aumentate come la nostra indifferenza nei confronti delle ingiustizie di cui gli altri sono vittima. Del resto, siamo stati troppo impegnati a piangere per la nostra sofferenza, credendola maggiore anche di quella provata da chi si è dovuto scontrare direttamente con la causa dell’emergenza: il virus.

Non fraintendermi Gesù, non è una novità che l’uomo superi i propri record di malvagità. Ciò che mi lascia perplesso – e pure un po’ indignato – è con quanta facilità chi si riempiva la bocca di slogan pacifisti e positivisti si sia poi trasformato in un mostro capace di rinnegare in pochi secondi quegli stessi (melensi) ideali. E qui torniamo alla domanda di prima: quando li declamavano, credevano davvero in quegli slogan?

Se la risposta è no, siamo di fronte a semplice ipocrisia. C’è sempre stata e sempre ci sarà, possiamo farci ben poco. Qualora invece la risposta fosse “sì, in quegli ideali ci credevano”, sorge spontanea una seconda domanda: perché?

Perché se tutti ci credevano, alla fine non ne siamo usciti migliori? Una risposta definitiva, te lo confesso, io non ce l’ho. Posso soltanto azzardare qualche ipotesi, nulla più. Forse lo stress ha trasformato l’emergenza in una guerra nella quale siamo uno contro l’altro. Forse siamo inclini a cambiare ideali troppo spesso. O forse soffriamo tutti quanti di amnesia e non ci ricordiamo cosa abbiamo detto e fatto soltanto qualche mese fa.

Ciò che è certo, è che abbiamo perso un’occasione. Si poteva trarre del bene dal male ma noi non ne siamo stati capaci. Le scene di sofferenza cui abbiamo assistito per intere settimane senza soluzione di continuità, avrebbero potuto rigenerare un senso di empatia che negli ultimi anni era inesorabilmente venuto meno. Avremmo potuto conservare quello spirito di bontà reciproca che ci portava a sorriderci da dietro i vetri degli infissi durante il lockdown. Potevamo, ne eravamo capaci visto che per qualche settimana l’abbiamo fatto, ma quando il giorno più buio è passato abbiamo preferito far finta di niente.

Non appena abbiamo capito di non aver più bisogno dell’aiuto altrui per barcamenarci nelle giornate, siamo tornati alla nostra solita condotta egocentrica, quella di tutti i giorni. Quella del 2019, del 2018, del 2017 e così indietro sino a tempi immemori.

Ma siamo sicuri che questa sia la prima volta che commettiamo questo errore? Avendo a che fare con catastrofi sanitarie, forse. Parlando di emergenze in generale, affatto. I discorsi pacifisti li facevamo anche mentre i nazisti bombardavano Roma o Londra, ci promettevamo a vicenda che non sarebbe mai successo di nuovo. Credevamo che finito l’incubo della guerra avremmo trovato un mondo diverso. È successo? La corsa alle armi nucleari dei primi anni Cinquanta ci suggerisce che quel senso di infatuazione è durato ben poco. Anni o addirittura mesi per alcuni, che all’alba del primo giorno del Secondo Dopo-Guerra era già intento a pianificare il prossimo conflitto.

E vale per la guerra così come per qualsiasi altra crisi. Che siano le grandi carestie, che non hanno mai portato ad una rimodulazione dei consumi come da molti promesso, o che siano le crisi umanitarie per le quali sono stati donati milioni di dollari in pochi giorni per poi vedere la solidarietà sparire nel giro di qualche mese.

La verità è che nel commettere l’errore umano siamo pluri-recidivi. È un dato di fatto. Mi chiedo solo perché, a questo punto, ogni volta che si prospetta un’emergenza continuiamo ad illuderci di poter cambiare e, puntualmente, a disattendere questa illusione. Non sarebbe meglio non fare promesse che non possiamo mantenere e convincerci che, in fondo, non cambierà nulla? Non sarebbe anche più facile?

Potremmo anche pensare di risolvere il problema alla radice e, una volta per tutte, uscirne migliori per davvero. E restarci migliori. Ormai però il vaccino è dietro l’angolo e anche questa emergenza è in procinto di rientrare. Quindi, nel caso volessimo provarci, sarà per la prossima volta. Che è la stessa cosa che dicemmo la volta scorsa. E, se non ricordo male, pure quella prima ancora.

LEGGI L’INTRO DELLA “TRILOGIA DEL NATALE”

 

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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