Dov’è che sta la dittatura? | LA TRILOGIA DEL NATALE #3

Caro Matteotti,
sai, lo devo ammettere: provo sempre un po’ di vergogna quando sento parenti, amici o semplicemente conoscenti, riferirsi al difficile momento che stiamo vivendo come dittatura sanitaria.

Se da una parte, infatti, mi fanno quasi sorridere quelli che dietro la pandemia ci vedono un complotto ordito da non meglio specificate elites globaliste, dall’altra mi suscitano un profondo senso di rabbia e repressione quelli che si paragonano agli italiani sotto il fascismo, ai tedeschi durante il nazismo o, ancora peggio, agli ebrei nei campi di concentramento.

Alla rabbia subentra però la vergogna quando l’idiota di turno è qualcuno che conosco. Sì, perché il rapporto di confidenza (o la semplice consapevolezza che, prima o poi, ci dovremo incontrare di nuovo) mi impedisce di rispondere a simili asserzioni come vorrei e non con un imbarazzante silenzio.

Dire che un lockdown, l’imposizione di un vaccino o la semplice richiesta di indossare una mascherina corrispondono ai soprusi che dovettero subire interi popoli soggiogati dalla vera dittatura, è indice di scarsa conoscenza storica.

Tralasciando l’impietoso confronto tra una mascherina e la deportazione in un campo di lavoro nazista, la fallacia di questa tesi abominevole è dimostrata molto semplicemente dall’esistenza della tesi stessa.

Chi la storia l’ha studiata, infatti, sa che non solo in un regime totalitario vi erano delle limitazioni alle libertà ma sa anche che non vi era nemmeno la possibilità di manifestare il proprio dissenso nei confronti delle suddette limitazioni.

L’unico modo per farlo, e contemporaneamente per non finire in un carcere o sotto le grinfie delle squadracce governative, era quello di farlo di nascosto, di riunirsi segretamente per condividere la propria rabbia e cercare di trovare una soluzione a quei soprusi. Fuori, per le strade, di dittatura non si poteva nemmeno parlare: il termine era praticamente bandito.

Questo è quello che fanno i veri regimi, sopprimere. Possiamo accorgercene ancora oggi guardando ad est, verso la Cina o la Corea. Da quelle longitudini non arrivano mai, se non molto sporadicamente, richieste di aiuto o denunce di cittadini privati delle loro libertà, banalmente perché sempre a quelle stesse longitudini il dissenso non esiste, è vietato.

Diversa è la situazione alle nostre longitudini: il dissenso, anche quello più violento, becero ed insensato, esiste eccome. Lo possiamo trovare sui social, nelle piazze e perfino sui banchi del Parlamento.

Ad oggi non c’è nessuno che impedisca a migliaia di squinternati di scrivere fesserie su mascherine, vaccini o sul Covid-19 stesso sulle varie piattaforme social, con le aziende che gestiscono i network costrette a rimanere impassibili perché lo stato di diritto in cui viviamo (giustamente) garantisce a tutti il diritto di dire ciò che si pensa. Anche quando il pensiero non è corroborato da solide basi scientifiche, quando è una fake news o, peggio, un’illazione o una minaccia.

Ad oggi, nonostante il divieto di assembramento, non c’è nessuno che si sia permesso di sciogliere o caricare manifestazioni di negazionisti, complottisti e no-vax riunitesi in piazza senza neppure il permesso del Questore. Non certo come avviene ad Hong Kong, dove per un simile “crimine” si rischia anche l’ergastolo.

Ad oggi non c’è nessuno che abbia impedito ad esponenti di pseudo-partiti di farsi portatori di notizie false e strampalate teorie del complotto anti-scientifiche, anche quando queste venivano urlate dalla casa dei cittadini, il Parlamento.

Ed ho scelto di scrivere proprio a te, caro Matteotti, perché sei uno degli esempi più calzanti dell’oppressione di cui è capace un vero regime dittatoriale. Tu, che sei stato ucciso perché hai avuto il coraggio di opporti al fascismo anche dagli spalti del Parlamento. Tu che, leader di un’opposizione sgradita, hai pagato con la vita il tuo ruolo.

Ma avrei potuto scrivere anche a Navalny, l’oppositore russo avvelenato dai servizi segreti del Cremlino. In Italia l’opposizione esiste eccome (per fortuna), e ce ne accorgiamo ogni qualvolta sentiamo i suoi esponenti starnazzare di proposte indecenti e discorsi vacillanti in tv e sui giornali. Altro che l’opposizione durante il fascismo o quella che è costretta a convivere col grande zar Vladimir Putin.

Se c’è qualcuno che osa chiamare la crisi senza precedenti che stiamo vivendo dittatura, è soltanto perché (per sua fortuna) una vera dittatura non l’ha mai vissuta e non si è nemmeno curato di studiare quelle del passato, per capire quanto migliore di quello di allora sia il mondo in cui oggi  viviamo.

Fa sorridere poi, come gli stessi che gridano al regime vadano riempiendo le loro home page di Facebook o Twitter con immagini inneggianti il Duce o altri “grandi” leader tra i maggiori esponenti del totalitarismo in salsa moderna.

Voglio però chiare una cosa: le mie parole non vanno certe intese come un generale endorsement all’operato del Governo, tutt’altro che esentabile da critiche per come si è barcamenato nella gestione dell’emergenza.

Di errori politici ne sono stati fatti tanti e non nascondo nemmeno come tante misure attuate si siano poi rivelate inefficaci o inadatte. Ad ogni modo, il punto non è questo.

Tutti gli errori compiuti da marzo ad oggi sono frutto della sostanziale incompetenza della nostra classe dirigente, perfino incapace di copiare spudoratamente chi ha saputo gestire la pandemia meglio di noi e sempre pronta a prendersi meriti che non le spetterebbero. Incompetenza, non malizia.

Non c’è nessun colpo di stato in atto, né tantomeno nessun disegno eversivo per l’instaurazione di un governo comunista. C’è solo l’incompetenza di chi si è ritrovato, in maniera del tutto inaspettata e immeritata a guidare un Paese.

Ed anzi, l’inadeguatezza dell’Esecutivo che ha avuto il compito di accompagnarci in questi mesi così difficili è forse il sintomo più grande dell’ottimo stato di salute di cui gode la democrazia in cui viviamo. Perché i politici li scegliamo noi e, in fondo, sono lo specchio del popolo che rappresentano. Ci saremmo dovuti preoccupare se a rappresentarci, a rappresentare un popolo più interessato ad un reality show trash che ad un telegiornale, ci fossero stati leader paragonabili per caratura a quelli della Germania.

Allora sì che sarebbe stato legittimo il sospetto che lo Stato non fosse più nelle nostre mani, che a gestirlo ci fosse qualcun altro.

Possiamo stare tranquilli, caro Matteotti, qui l’unico colpo che rischiamo di vedere è il colpo di coda di un virus che, benché vogliano farci credere il contrario, abbiamo gestito peggio di chiunque altro.

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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