Cari amici, più che lettori

ci siamo, il giro di boa è vicino. Stanotte, tra poche ore, anche questo 2020 diverrà un ricordo. Un brutto ricordo? Forse. Di certo, un ricordo del quale non ci sbarazzeremo con facilità.

Tutti abbiamo ceduto almeno una volta, nei mesi scorsi, alla tentazione di fare facile ironia riguardo l’apparentemente inedita catena di negatività che sembra aver caratterizzato l’anno che sta per chiudersi. La pandemia, i disastri naturali, la crisi economica e le proteste sociali: questi sono soltanto alcuni degli eventi “eccezionali” che ci hanno spinto ad affibbiare al 2020 il titolo di anno funesto.

La verità, però, è che questi eventi sono tutt’altro che eccezionali. Le malattie, la fame, le tensioni sociali e politiche ci sono sempre state, nel 2019 come nel 2018 ed in tutti gli anni addietro. Semplicemente prima di questo 2020, non c’è né eravamo mai interessati. Perché? Perché tanto non era ancora toccato a noi.

Quante volte, tra un programma e l’altro, abbiamo cambiato canale per evitare di vedere l’ennesima pubblicità a sfondo umanitario che parlava di bambini malnutriti, malati e privati di diritti fondamentali come quello all’istruzione? Tante. E lo dico perché sono stato il primo a farlo.

Onestamente non saprei nemmeno dirvi il motivo per cui lo facevo. Probabilmente perché, mentre mi trovavo spaparanzato sul divano in attesa del prossimo programma di cucina, a tutto tranne che alla fame del mondo avevo voglia di pensare. In fondo non mi riguardava e fortunatamente non riguardava nemmeno i miei parenti o qualcuno che potevo anche solo aver visto per una volta nella mia vita.

Eppure la fame nel mondo c’era. Prima che mi chiedessero di indossare una mascherina perché fuori c’era un virus sconosciuto e contro il quale non avevamo i mezzi per combattere ad armi pari, mai avevo prestato grande attenzione a quanto avveniva nelle zone più povere dell’Africa o del Medio Oriente.

Lì le malattie ci sono sempre state, anche prima che tutto il mondo avesse modo di riempirsi la bocca di termini come coronaviruspandemia lockdown. E non ce n’era una soltanto di malattia incurabile. Anzi, ce n’erano tante e tutte, statisticamente, molto più pericolose della Covid-19.

Nemmeno per quelle c’era un vaccino e nemmeno per chi si ammalava di quelle malattie, a volte, c’era posto in ospedale. Ma la nostra vita, comunque, non l’abbiamo mai cambiata prima dell’arrivo di Sars-CoV-2.

Prima che i nostri figli si vedessero per mesi privati della gioia di trascorrere le proprie giornate scolastiche coi propri compagni, tanti altri bambini quella stessa possibilità non ce l’avevano già. Ma non siamo scesi mai in strada per loro.

Va bene, ora tagliamo corto altrimenti con gli esempi non la finiamo più. Qual è il punto, il sugo della storia

Il punto è che questo 2020 non è stato l’anno peggiore di sempre. Non per tutti, almeno. Di certo a noi è sembrato tale perché per la prima volta ci siamo dovuti scontrare contro dei nemici che credevamo – fin troppo ingenuamente – di aver sconfitto definitivamente. E ci sbagliavamo.

Per molti, ad altre latitudini, il 2020 è stato un anno come un altro. Un brutto anno come un altro, con la Covid-19 che di certo non ha aiutato, ma che non ha nemmeno stravolto delle vite già devastate da fame e mancanza di igiene.

E se la disperazione dovuta al profondo senso di impotenza nei confronti di una malattia e delle sue conseguenze sociali ci ha spinto a giudicare quello che si sta chiudendo come “l’anno peggiore di sempre“, proviamo per un attimo a chiederci come debbano essere le esistenze di chi combatte dalla nascita con malattie contro cui le cure esistono ma che sono comunque per lui irraggiungibili. Perché è povero, perché è nato dalla parte sbagliata del mondo.

Chiediamocelo. Chiediamocelo e facciamo sì che il 2020 sia davvero indimenticabile, cosicché quando tutto questo sarà finito ed i problemi ai nostri occhi sembreranno essere spariti, quando vedremo l’ennesimo spot umanitario in TV non cambieremo canale ma lo guarderemo con attenzione, magari facendo pure una donazione.

Perché abbiamo tutti provato sulla nostra pelle cosa significa vivere un anno senza farmaci e senza un vaccino ed ora dobbiamo immaginare come sia vivere da sempre senza farmaci e senza ogni vaccino.

Dobbiamo immaginarlo e capire che in fondo, un po’ la colpa è anche nostra. Di noi che ce ne siamo sempre fregati. Ma ora che non possiamo più fregarcene dobbiamo anche renderci conto di quello che è possiamo fare per aiutare.

Piccoli gesti, piccoli ma grandi gesti. 

Il 2020 ci ha tolto tante cose e forse è anche giusto che venga ricordato per questo, per averci privato di qualcosa. Mi piacerebbe, ad ogni modo, che un piccolo spazio della nostra memoria venisse dedicato a quello che invece ci ha dato, o meglio restituito: l’empatia. Non sembra ma vi posso assicurare che è tanto.

Ormai è tardi per chiedere regali, quindi chiedo buoni propositi: facciamo che le immagini di lunghe code davanti ai centri Caritas non smettano di emozionarci quando saremo tutti tornati alle nostre vite di sempre. Facciamo che le immagini degli ospedali stracolmi e dei corpi ammassati non ci tocchino soltanto quando i morti hanno il nostro stesso passaporto o colore della pelle.

Facciamo, e vi prometto che, col senno di poi, il 2020 non ci sembrerà più l’anno dei disastri. 

Buon anno da Pio Guerra, con la speranza che di certi argomenti ci sia permesso di non parlare più quanto prima!

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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