Parole sante (a volte troppo…)

C’ero pure io, seduto sul mio divano, davanti alla TV ieri sera. Come altri milioni di italiani ero sintonizzato su Canale 5, e non per sorbirmi l’ennesima replica di “Chiamatemi Francesco”, il buon film di Daniele Luchetti su Jorge Mario Bergoglio. No, io volevo sentire il papa, quello vero, nell’intervista-fiume rilasciata in esclusiva mondiale alle telecamere del TG5. Un’intervista della quale, per motivi che non credo sia necessario esplicitare ulteriormente, tutti potevamo immaginare il fulcro.

COSA HA DETTO IL PAPA?

Sì, si è parlato (e anche tanto) di Covid-19. Ma lo si è fatto, e non c’è da sorprendersi data la natura dell’intervistato, spostando l’attenzione sulle conseguenze sociali della pandemia, non lesinando comunque riflessioni su temi caldi come quello dei vaccini o delle rigide misure di contenimento cui tutti – Papa compreso – siamo stati sottoposti.

Come ho avuto modo di raccontare in altri scritti, io sono agnostico. Sono agnostico e anche se non sono comunista, per chi mi sta vicino sono un mangiapreti, di quelli che non si lasciano scappare l’occasione di “vipereggiare” sulla condotta della Chiesa. È vero, non lo nascondo. Anzi, alle volte faccio di tutto perché sia manifesto. È vero eppure c’ero anche io tra i milioni di italiani incollati alla TV ad ascoltare Papa Francesco. C’ero e, cosa ancora più strana, apprezzavo le sue parole.

Sì, perché l’intervista di ieri sera non è stata (come invece temevo) la succursale dell’Angelus domenicale di Sua Santità. Certo, si è parlato anche di fede, ma lo si è fatto con discrezione. Direi piuttosto che si è parlato con fede, più che di fede.

SI È PARLATO CON FEDE, NON DI FEDE

Aspettarsi che in una chiacchierata col Papa il cristianesimo rimanesse per tutto il tempo “fuori dalla porta” era da sciocchi. Del resto, l’importanza stessa dell’intervista stava nel fatto di aver davanti a sé il più importante leader spirituale del Pianeta, non il capo di stato di un’enclave sperduta nel Lazio. Possiamo, ed anzi dobbiamo, dunque comprendere l’utilizzo di passi del Vangelo come intercalare o come spunto per qualsiasi riflessione. Noi vogliamo l’opinione del Papa ed il Papa, che ci piaccia o meno, è un cristiano. Il cristiano.

Da qui a trasformare l’ammiraglia di un network televisivo generalista in un pulpito, il passo era breve ma sia il giornalista con le sue domande che Francesco con le sue risposte si sono ben guardati da farlo questo passo. Si è parlato con fede vi dicevo, non di fede.

Niente domande alla “dov’è Dio in tutto questo?” o risposte alla “pregare Iddio ci salverà tutti, redimetevi!”. Piuttosto tante riflessioni su temi di strettissima attualità come povertà, immigrazione, esclusione e perfino vaccini. Riflessioni forse banali, un po’ buoniste e magari “bambinesche”, che però trasudano umanità. L’umanità di cui è impregnata la Bibbia ma pure l’umanità che dovremmo tutti, atei o bigotti, avere in corpo.

Perché l’inclusione e la solidarietà sono, prima che principi cristiani, principi umani, che tutti dovremmo condividere. E che ce ne parli il Papa o l’intellettuale di sinistra, tali rimangono. Se poi si fa dell’ipocrisia la propria bandiera, allora si può anche pensare di lodare il secondo e attaccare il primo. La stessa ipocrisia che, e qui permettetemi la battuta al vetriolo, avrà fatto andare di traverso la cena a milioni di finti cattolici e seguaci di sbandieratori di crocifissi, costretti a far pace con se stessi quando il leader della religione che millantano di seguire faceva proclami contrari al leader del partito che invece sostengono con fervore.

IO LE PAROLE DI PAPA FRANCESCO LE CONDIVIDO…

Io le parole di papa Francesco le condivido (quasi) tutte. Nemmeno fossi cieco potrei dire che non è vero che la nostra società è dominata dalla cultura dello scarto, dell’abbandono dell’improduttivo o dalla totale mancanza di empatia verso il prossimo o, ancor peggio, verso il diverso. Purtroppo però rimangono parole. Tante belle parole che però, più che finire sulla letterina del prossimo Natale di milioni di bambini, non faranno. Potremmo dire che la colpa è dell’uomo che è cattivo, ma sbaglieremmo. La colpa è del sistema sociale che abbiamo scelto e dei cui difetti siamo da sempre consapevoli.

I tempi sono cambiati ma i problemi, seppur con aspetti diversi, sempre quelli sono. Politica, filosofia e religione ci provano da giorni immemori a risolverli, senza successo. E non è una sorpresa: le cose funzionano così. Viviamo vite che necessitano di squilibri sociali per essere vissute e, ad oggi, non esistono soluzioni o alternative valide. “Siamo fatti così”, citando il celebre cartoon, con pregi e difetti intrinsechi della nostra natura e della natura della nostra società.

Sentirne parlare però, ci fa bene. Anche se non possiamo realisticamente pensare di risolverli questi problemi, sapere che esistono ci aiuta ad attivarci perché in qualche modo si attenuino invece che accentuarsi. Ma sentine parlare ci fa anche male.

Invidio la capacità di credere in un futuro migliore dei bambini o di chi ha fede. Per chi, come il sottoscritto, non ha né l’età giusta né la fede, la consapevolezza che si possa fare ben poco è una coltellata in pieno petto e il ricordo delle altrui sofferenze è come sale sulla ferita ancora sanguinolenta.

…MA PERCHÈ ROVINARE TUTTO PER DIRE COSE CHE GIÀ SAPEVAMO?

Ora che siamo arrivati alla fine, permettetemi due parole da mangiapreti. Prima vi ho detto di condividere quasi tutte le parole del Papa. “Quasi” perché, ad un certo punto della chiacchierata, l’attenzione si è spostata sul tema dell’aborto. E, come mi facevano notare i miei colleghi della Redazione, sulla questione il Papa non poteva che fare il papa, intraprendendo la propria crociata contro l’IVG.

Sono opinioni, non entro nel merito. Ciò che mi preme dire è che, in ogni caso, tenere fuori dalla discussione l’argomento sarebbe stata la scelta più saggia. Poche parole hanno rovinato quello che poteva essere uno splendido messaggio rivolto all’Umanità, senza limiti. Non entro nemmeno nel merito di chi si è sentito offeso dal paragone di Sua Santità, che ha accostato la sofferta scelta di abortire di una donna a colui che assolda un sicario per sbarazzarsi di un problema. Erano parole indubbiamente forti, sicuramente evitabili in quel contesto. Tant’è.

Adesso vi lascio però. Prima vi ho mentito. Nonostante fosse l’ennesima replica, ieri ho guardato anche “Chiamatemi Francesco”. Non tutto, mi sono addormentato prima della fine ed ora voglio recuperare la parte mancante. Le belle storie e le belle persone, posso garantirvelo, piacciono pure a noi mangiapreti.

Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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