L’ipocrisia di chi confonde la frustrazione con l’eugenetica

Sta letteralmente facendo il giro del web uno stralcio – sessanta secondi al massimo – di un servizio andato in onda per “Dritto e Rovescio” di Paolo del Debbio, su Rete4. Nel filmato, ormai condiviso e commentato da centinaia di utenti, la giornalista è impegnata in una serie di brevi interviste di giovani (ma anche meno giovani) frequentatori della movida milanese. E l’argomento, come prevedibile, non può che essere il Covid-19. 

Tra tutte le voci, però, a destare maggior scalpore è stata quella di una ragazza – avrà avuto sì e no vent’anni – che, pur non parteggiando per deplorevoli tesi negazioniste, chiedeva a gran voce che si potesse ritornare a vivere. Con tutte le precauzioni del caso, ovviamente. Se non che, incalzata dalla giornalista, dalla sua bocca sono uscite quelle poche parole che sono bastate a mandare in escandescenze i cani rabbiosi dell’Internet, da tempo digiuni di polemiche sterili sulle quali riversare tutto il loro odio ed il loro rancore.

«Di Covid-19 muoiono le persone anziane, come i miei nonni. Io tengo moltissimo ai miei nonni ma – arrivati a questo punto – sono sincera: se devono morire, morissero».  Questo ha detto, questo scrivo.

In questa sede non entrerò nel merito dell’affermazione, sicuramente forte e della quale avrei – sinceramente – fatto a meno. Ognuno è libero di fornirne una propria interpretazione e la mia, nella sua forma più specifica, preferisco tacerla. No, qui e con voi voglio approfondire la risposta; voglio dare uno sguardo e commentare ciò che sul web si è detto e si è scritto a riguardo della clip.

Come prevedibile, l’indignazione l’ha fatta da padrone. E non è un caso che io abbia utilizzato per la seconda volta questa espressione, “come prevedibile”. Noi italiani siamo infatti un popolo estremamente prevedibile, tanto nei gesti quanto nei pensieri. Così, se qualcosa non ci piace o differisce leggermente dai nostri standard morali o estetici, non abbiamo timore di sfoderare la nostra arma più potente: l’indignazione. Ci indigniamo molto spesso, più spesso di quanto siamo soliti accorgerci. Probabilmente i più inclini al sentimento si staranno già indignando per queste mie parole, punti nel vivo per un qualcosa di cui il loro inconscio sa di essere colpevole ma che la coscienza fa di tutto per non vedere. A voi posso soltanto dire: e non avete ancora sentito la chiusa del mio discorso.

Indignazione, dunque. Tanta indignazione che si è palesata nelle due solite forme: quella più moraleggiante, tipica dell’adulto che non può fare a meno di fare la morale al giovane, e quella più peperina, propria dei più giovani cui una cultura distesa ha permesso di sviluppare come principale argomento di discussione e difesa l’insulto.

Ecco allora fioccare i “p*ttana” o ancora gli “imbecille” come anche i “il sistema educativo ha fallito” o “i giovani sono tutti così, tremendamente egoisti“. Sui primi non posso esprimermi: la pochezza di chi – specie se adulto e vaccinato – ha l’ardore di rivolgere certi epiteti ad una ragazza, per quanto sia con lei in disaccordo, è già sufficientemente manifesta. Sui secondi, invece, qualcosa posso e voglio dire.

Da “giovane fuori” e “vecchio dentro” non me la sento di dar del tutto torto a chi predica il fallimento del sistema educativo. Ciò che mi fa spavento è che alcuni se ne accorgano soltanto quando un educando se ne esce con frasi “ad effetto” e non quando la cronaca elettorale e quella nera ci restituiscono spaccati di vita quotidiana inquietanti ed assai preoccupanti. E poi, non trovate anche voi assurdo che a biasimare il sistema educativo ci sia principalmente chi quello stesso sistema lo ha sempre avuto in mano ed anzi ne sarebbe dovuto essere autore/fautore? Come se la colpa non fosse anche la loro. Come – poi – se certi pensieri deplorevoli non fossero mai esistiti prima.

Quanto all’egoismo, il discorso potrebbe essere lo stesso. In questo caso si recrimina una mancanza di rispetto dei giovani verso le precedenti generazioni quando molte delle problematiche di cui oggi soffriamo derivano proprio da un egoismo verso i posteri di chi ci ha preceduto. È forse sbagliato dire che l’inquinamento o i cambiamenti climatici sono frutto di scelte scellerate compiute da chi aveva più a cuore del futuro il proprio presente? Di chi aveva più a cuore se stesso che gli altri? Allora perché prendersela soltanto con questa ragazza? Non mi vengano a dire che mai hanno goduto della loro giovinezza per rispetto degli avi e dei posteri, i moralizzatori del web.

Ora che abbiamo esaurito la pars destruens, procediamo con la construens. O – per i meno avvezzi all’elucubrazione filosofica – dopo aver smontato le errate convinzioni altrui, procediamo a fornire un modello sostitutivo in grado di “colmare il vuoto” lasciato da quello che abbiamo abolito. Perché si fa così: il buon pensatore non può dilettarsi a prendere a martellate il Creato senza poi rimboccarsi le maniche per costruirne una versione migliore.

Ciò che suggerisco io a tutti gli indignati è di mettere da parte l’astio o le false convinzioni di superiorità in favore di un po’ di sana comprensione. Tanti son convinti che non esista una panacea a tutti i mali del mondo; io – nel mio piccolo – ritengo che se solo ci fosse nell’aria un po’ più di comprensione, quantomeno le cose andrebbero meglio di come vanno ora. Chiedetevi: perché una ragazza può arrivare a dir questo? Nulla viene per caso.

Ancora, molti direbbero che il problema sta a monte, nell’educazione che le è stata impartita. Magari è vero, forse no. Intervistata in un altro contesto, avrebbe fornito una risposta equivalente? Io credo di no. I giorni che stiamo vivendo e che vivremo sono duri, diciamo durissimi. Chi dice di non esserne uscito provato sta mentendo. Ed i giovani stanno soffrendo più di tutti. Loro non è stata solo tolta la normalità ma sono stati scippati anche gli anni migliori. Per alcuni gli ultimi anni di spensieratezza prima di gettarsi a capofitto nella vita d’adulto fatta di triste monotonia e rigide imposizioni.

Come un uomo ridotto alla fame può arrivare a compiere gesti inconsulti, così giovani uomini pieni di energie cui vengono tarpate le ali degenerano. Alcuni si chiudono in loro stessi, altri – nell’impossibilità di trovare un vero colpevole a tutto questo – si accontentano di un capro espiatorio. In questo caso, i vecchi. Cominciano ad odiarlo, ad attribuirgli ogni male e finiscono col disumanizzarlo. Le conseguenze, poi, son quelle che conosciamo.

Nessuno vuol dire che facciano bene o che abbiano ragione. Nessuno deve però sentirsi neppure autorizzato a biasimarli, specie se – come successo più volte – di quel disagio alla base di simili esternazioni non ci si è mai curati. Dopo i lavoratori dello spettacolo, i giovani forse sono la categoria cui è stata prestata meno attenzione in questi mesi. Anzi, spesso si è perfino tentato di minimizzare il loro disagio. Li si è denigrati invece di aiutarli. E allora di cosa ci lamentiamo? Questi mostri li abbiamo creati noi. Piuttosto evitiamo che degenerino e – magari – aiutiamoli a riportarli sulla retta via. Facile lamentarsi delle conseguenze negative del proprio deliberato operato.

Comprendiamo, allora. Non le ragioni ma le cause. Comprendiamo ed aiutiamo. Con gli insulti e la morale spicciola da boomer si rischia di far più danno che bene. Non sono un grande cattolico, anzi – a dire la verità – non lo sono per niente. Però vorrei citare e “contestualizzare” una bellissima frase di papa Giovanni XXIII.

«Tornando a casa date una carezza ai vostri bambini e dite: “questa è la carezza del Papa“». Ecco, adulti in ascolto, quando tornerete a casa stasera, date una carezza ai vostri figli. Non per me e non per il Papa: deve essere la vostra carezza. Fermatevi a parlare con loro, dite che comprendete il loro disagio e cercate di far capire loro che tutto si sistemerà al più presto. O, se proprio non riuscite a non ridicolizzare le sofferenze altrui perché ritenete (egoisti!) di averne patite di peggiori, tenete almeno questo risentimento per voi. Su certi pensieri un bel tacer non fu mai scritto. Ora tocca a voi scriverlo. 

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Pio Guerra

Scrivo su Notiziæ dal 2020 e su Editoriale sin dalla sua fondazione. Sono appassionato di storia, motori e giornalismo. Collaboro anche con alcune testate locali.

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